A settant’anni dalla tragedia della Perseo

mag 3 2013

Erano quasi le due del pomeriggio, quel 3 maggio 1943, quando il Comando superiore operativo della Regia Marina, meglio noto come Supermarina, impartì da Roma l’ordine di partenza. E così iniziò la tragedia di  due navi: la Regia Torpediniera Perseo ed il piroscafo Campobasso. Tragedia che si consumò  poche ore dopo. Le due navi erano alla fonda nel piccolo porto di Pantelleria.

La torpediniera Perseo

La torpediniera Perseo

La Perseo era una nave militare, una torpediniera, inquadrata nella X Squadriglia Torpediniere di stanza a La Spezia, e ad essa era stata affidata la scorta del piroscafo. Armata di tre cannoni da 100/47, otto mitragliere binate calibro 13,2 mm, due lanciabombe antisommergibili e quattro tubi lanciasiluri singoli, laterali, da 450 mm. La Perseo era in grado di raggiungere i 34 nodi di velocità ed era posta al comando del capitano di Corvetta Saverio Marotta con un equipaggio composto da 99 uomini. Quella sera, oltre all’equipaggio, aveva a bordo anche altri cinquanta giovanissimi marinai italiani di leva destinati al Comando Marina di Tunisi.

Il Campobasso era invece un vecchio e malandato piroscafo, sovraccaricato da 10.000 tonnellate di armi, munizioni, esplosivi, carburante e  rifornimenti di ogni genere, con l’equipaggio composto  da 100 marinai del naviglio mercantile, al comando del capitano di lungo corso Stanislao Leoni, di Trieste. Aveva a bordo anche ventotto soldati di artiglieria contraerea, appartenenti alla 808^ Batteria del  500 gruppo, facente capo al 2° Reggimento di stanza a Rodi Egeo, imbarcati per la difesa della nave, e ben  70 marinai di leva della Regia Marina Italiana da trasportare essi pure a Tunisi per rinforzare la guarnigione di quella città che stava per cadere in mano degli inglesi.

Questa carretta del mare era stata costruita nel lontano, anche allora, 1918, nei cantieri della città inglese si Sunderland, nel nord est del Regno Unito, ed  era stato varato con il nome di Graggan Hill e successivamente ribattezzato Wulsty Castle. Era poi stato ceduto ad armatori francesi che lo avevano chiamato Bonifacio e con questo nome, nei primi giorni di dicembre del 1942, era stato catturato dalla marina militare tedesca nel porto di Marsiglia ed era divenuto così preda di guerra. La Germania lo aveva consegnato all’Italia che lo aveva affidato alla Società di Navigazione Adriatica la quale lo aveva ribattezzato Campobasso, chissà perché, e dopo averlo alla meglio rimesso in grado di navigare, lo aveva impiegato per il rifornimento  della cosiddetta Quarta Sponda, percorrendo la tristemente famosa “rotta della morte”, quella che dai porti italiani riforniva la costa africana, funestata dalle navi inglesi della Forza “K” di base a Malta.

Pellegrino Santopuoli

Pellegrino Santopuoli

Ma ritorniamo a Pantelleria: l’ordine, impartito via radio ed in chiaro, aveva creato quanto meno apprensione, per non dire disappunto,  negli ufficiali al comando della nave, apprensione e disappunto che non erano sfuggiti all’intero equipaggio. Già intorno alle 16 le due unità si erano comunque avvicinate al piccolo porto  siciliano per rifornirsi di acqua e l’operazione era durata circa due ore. Intorno alle 19 la Perseo aveva puntato la prora su Tunisi, seguita a breve distanza dal pesante ed ansimante piroscafo: il percorso era breve ma difficile, reso quanto mai pericoloso dai campi minati e dalle improvvise incursioni nemiche.  Anche per questo, prima della partenza, i comandanti avevano fatto distribuire l’anice a tutti gli uomini imbarcati che ne avevano riempito i contenitori metallici applicati ai salvagente individuali: in caso di naufragio l’anice costituiva un eccezionale alimento di conforto per la sopravvivenza in mare.

Dopo meno di un’ora di navigazione in mare aperto la presenza di echi sospetti, captati dall’ecogoniometro, induce il Comandante Marotta ad ordinare l’allerta:  “Ai posti di combattimento”. L’allarme rientra dopo circa venti minuti. Tra le due unità non si comunica per radio per tema di intercettazione; la navigazione procede con una velocità di circa otto nodi per via della lentezza del piroscafo; il contatto è a vista.

Alle 23.20 vengono avvistate luci in movimento sulla dritta di prora della Perseo. Viene di nuovo “battuto” l’ordine ai posti di combattimento. Intanto un’apparecchiatura elettronica tedesca, il cosiddetto Metox, individua che un ricognitore inglese ha localizzato il convoglio. A questo punto il Comandante Marotta lancia un messaggio radio a Supermarina, in chiaro, dal testo quanto mai conciso:  “sono stato localizzato”. Sembra  un’invocazione di aiuto ma non lo è, anche perché si sapeva  sarebbe rimasta vana; era infatti solo il segnale dell’imminente battaglia. Su un’altra frequenza ad onde ultracorte, Perseo impone al Campobasso la massima velocità. Il comandante  Leoni risponde che non può raggiungere che i dieci nodi.

Non passano che pochi minuti e gli inglesi lanciano un bengala per illuminare la scena. Sono  in tre, i caccia britannici Nubian, Paladin e Pertard, ed aprono il fuoco  con ben sedici cannoni da 120mm contro le due navi italiane. Il Campobasso è colpito per primo e prende fuoco. La Perseo, come era stata sempre solito fare, inverte la rotta e si lancia furibonda contro le tre unità inglesi che non cessano di fare fuoco con i loro grossi cannoni a tiro rapido. La lotta è impari e disperata. La voce degli ufficiali sovrasta macchine e  cannoni…. pronti al lancio…  fuori uno…. fuori due…. Perseo lancia quattro siluri! La notevole illuminazione del mare consente agli inglesi di individuare le scie e quindi  evitare le armi con rapide manovre. Le prime bordate inglesi colpiscono anche la Perseo.

Un ricognitore si abbassa sulla torpediniera  e la spezzona e la mitraglia. Intanto una cannonata colpisce il timone, un’altra il pezzo  numero due, poi subito un’altra raggiunge la caldaia ed un’ulteriore salva colpisce la prora uccidendo quasi tutti i cinquanta marinai trasportati che, non ancora avvezzi al fuoco, vi si erano rifugiati  in preda al panico. Due cannoni sono ancora brandeggiabili, così come le mitragliere: Perseo è ormai immobilizzata ma continua a sparare  contro le unità nemiche mentre Campobasso continua a bruciare. Ancora qualche minuto e la Perseo si inclina sul lato destro. Il comandante Marotta ordina si salvi chi puo’  mentre lui, con alcuni ufficiali, si attarda a recuperare documenti segreti e cifrari per distruggerli. Una ennesima cannonata raggiunge la plancia e porta via di netto un braccio al comandante. Il guardiamarina Soldati gli lega un laccio al moncherino per ridurre l’emorragia mentre la nave si inclina sempre più. Tutti finiscono in acqua. Soldati raggiunge una scialuppa e vi trova il comandante Marotta ed il secondo ufficiale. Marotta si fa riportare sotto bordo e si lancia sulla Perseo scomparendo tra i flutti. Gli inglesi cessano il fuoco per qualche minuto, si avvicinano a meno di trecento metri dal relitto galleggiante della Perseo ed infieriscono a cannonate fin quando un aereo lo sorvola a bassissima quota e gli sgancia sopra due bombe che colpiscono la santabarbara: un’esplosione immensa segna la sua fine. Poco distante il Campobasso brucia ancora per poco ed alla fine esplode in modo apocalittico, con le sue diecimila tonnellate di carico. Manca ancora parecchio all’alba del 4 maggio ma la tragedia è ormai compiuta: del Campobasso i sopravvissuti saranno appena 17, della Perseo forse 48.

Tra i caduti della gloriosa torpediniera, il più giovane era Pellegrino Santopuoli, detto Rinuccio, di Riccia: aveva compiuto diciotto anni solo l’8 gennaio precedente. Circa trecento vite umane finite in fondo al mare nel breve volgere di qualche ora, a sole 22 miglia da Kelibia, sulla costa tunisina.

Una storia dolorosa sulla quale, prima di divulgarla,  insieme a due amici cari, il primo cappellano militare capo monsignor Gabriele Teti ed il reporter Gino Calabrese, chi scrive, è andato a meditare al Sacrario dei Caduti del Castello Monforte, davanti ai loculi con le spoglie di due marinai, casualmente sfuggiti alla terribile morte per mare e qui inumati: zio Giorgio, perché Giorgio Iammarrone è lo zio di Gino, e Luigi Ruscitto.

Siamo concordi nel ritenere che la scelta di servire la Patria in marina è di per se una scelta eroica. Dopo un momento di raccoglimento e preghiera abbiamo deciso insieme di condividere questa storia, perché insieme abbiamo ritenuto  che essa meriti il ricordo dell’intera nostra città, esattamente settanta anni dopo il suo doloroso epilogo.

Gennaro Ciccaglione 

URL breve: http://piazzadelvasto.it/?p=50036

Scritto da il mag 3 2013. Registrato sotto LE ARTI. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

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