15 ottobre 2017: XXVIII domenica del tempo ordinario

ott 13 2017

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

Domenica 15 ottobre 2017
Molti chiamati ma pochi eletti (Mt 22,1-14).
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: «Dite agli invitati: Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!». Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.  Poi disse ai suoi servi: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze».  Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?». Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

Il modo in cui Matteo racconta questa parabola, si distingue dagli altri due evangelisti, perché vi aggiunge un secondo momento che riguarda l’abito con cui si entra alle nozze e che sembra ridimensionare il suo messaggio. In origine Gesù si era rivolto a coloro che pensavano di stare a posto con Dio ma in realtà avevano il cuore chiuso alle sue esigenze di giustizia (farisei e capi), per cui Gesù si rivolgeva ora agli emarginati della società giudaica (peccatori, poveri, malati). Dopo la risurrezione di Gesù i suoi discepoli hanno annunciato il vangelo ma con il tempo hanno riscosso più successo tra i pagani che si identificano con coloro che ricevono il secondo invito, mentre la violenza del re è identificata con la fine di Gerusalemme ad opera dei Romani. Tuttavia in alcuni si insinuò l’idea che, aderendo alla fede in Gesù si fosse già arrivati, senza la necessità di cambiare vita (l’abito, che riecheggia nel termine “abitudine”). Anche Giacomo nella sua lettera afferma che la fede senza le opere è morta: se non si vive la buona vita del vangelo, anche se è stata accolta la fede, non serve perché in realtà il nostro cuore non è cambiato. Giacomo infatti dice che anche i diavoli credono e tremano, ma non vivono secondo la legge dell’amore. Applicato al nostro tempo, ad esempio al dibattito sulla fedeltà alla dottrina che sarebbe messa a rischio, è utile ritornare a riflettere sul modo in cui Matteo narra la parabola. L’abito di cui parla non è l’adesione ad un sistema dottrinale, ma l’acquisizione del modo di essere di Dio che usa misericordia e accoglie incondizionatamente. Al primo posto non c’è la dottrina o le regole ma l’azione di Dio che invita al banchetto tutti. Il problema vero è che quando si è entrati al banchetto si ha la pretesa di stabilire i posti e di decidere chi è degno di mangiare con noi, mettendosi non l’abito della festa per condividere il banchetto ma la toga del giudice per condannare, mentre il Dio che pensiamo di onorare e difendere ha già messo l’abito della gioia e dell’accoglienza.

Don Michele Tartaglia

Parroco Cattedrale Campobasso

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